I parenti delle vittime: “Tutto finito solo quando Battisti sarà in Italia”

Soddisfazione per il mandato d’arresto, ma anche timore per una nuova fuga. I familiari delle vittime di Cesare Battisti reagiscono alle ultime notizie in arrivo dal Brasile. Tra cui la rivelazione dei vicini di casa dell’ex terrorista: “Non lo vediamo da novembre”.
Roberto Carlo Della Rocca, presidente dell’Associazione italiana vittime del terrorismo (Aiviter), commenta a caldo: “È una storia infinita. Speriamo che, a questo punto, giustizia venga fatta. Non per avere vendetta, ma perché deve essere finalmente accolta la richiesta di estradizione italiana”.
Scetticismo da Lorenzo Conti, figlio dell’ex sindaco di Firenze Lando, assassinato da un commando delle Brigate Rosse il 10 febbraio 1986: “Fino a quando non lo vedrò in Italia non ci crederò. Sono troppi anni che se ne parla senza poi arrivare a un risultato. Purtroppo all’estero, in Brasile come in Francia c’è una rete di protezione enorme”.Gli fa eco Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso nel 1979 da un commando dei Proletari armati per il comunismo (Pac) di cui Battisti era leader: “Aspetto il momento in cui scenderà dall’aereo e andrà in carcere: solo a quel punto dirò: è finita”. Poi un motivo di soddisfazione: “Il neopresidente Jair Bolsonaro sta realizzando quello che ha promesso”. Alberto Torregiani è rimasto paraplegico dopo l’agguato di cui era stato a sua volta vittima, insieme al padre.
Adriano Sabbadin, figlio del macellaio Lino ucciso a Mestre il 16 febbraio del ’79, esprime speranza: “Speriamo che sia la volta buona, speriamo che Battisti venga arrestato e sconti la sua pena”. L’agguato, in cui Battisti fece da copertura armata al killer, resta indelebile nella memoria di Sabbadin anche a 40 anni di distanza: quel momento “non si cancellerà mai dalla nostra mente”.
Moderata fiducia anche da parte di Mariella Magi Dionisi, presidente dell’associazione Memoria dei caduti forze dell’ordine e magistrati e vedova dell’appuntato della Polizia Fausto Dionisi, ucciso da Prima Linea in un conflitto a fuoco nel 1978 a Firenze. “Era ora. Mi sembra giusto che chi ha sbagliato paghi.
E comunque si faccia di più per assicurare altri latitanti che si sono macchiati di fatti di sangue alla giustizia italiana”, dice la donna. “Il caso Battisti” -aggiunge- “è uno, ma ce ne sono tanti altri di assassini ancora in giro all’estero. Lo stesso assassino di mio marito è tuttora latitante probabilmente in Sud America e nonostante sia stato condannato all’ergastolo non ha scontato nemmeno un giorno in carcere”.
L’ingiustizia più grande, sottolinea Magi Dionisi, è che ai terroristi è stata concessa l’occasione di costruirsi una nuova vita, mentre “per quanti sono stati uccisi non c’è stata una seconda opportunità”.