Tria-Lega, asse su infrastrutture e Tav: no alla propaganda dei 5 Stelle

Il giorno dopo, Giovanni Tria tiene la linea e prova a ricucire. Impresa ardua perché lo strappo sulla Tav ( «Nessuno investe se si cambiano patti e leggi») sembra un punto di non ritorno. Difficile ricostruire anche un minimo sindacale di fiducia con il Movimento Cinque Stelle. E infatti il tentativo, al di là delle dichiarazioni in chiaro, è andato a vuoto.Circola la ricostruzione che il ministro dell’Economia sia andato di proposito allo scontro in campo aperto. Insomma, che abbia cercato anzi creato consapevolmente il casus belli per farsi cacciare. E questo perché non si trova a suo agio in un governo che per teoria e pratica è molto lontano dalle sue posizioni. Fantapolitica? Il diretto interessato smentisce. E del resto sa bene che le sue dimissioni o la sua cacciata, poco cambia, porterebbero a un’immediata reazione dei mercati, sotto forma di aumento dello spread e quindi di costo di quella montagna chiamata debito pubblico.
Lo sa bene anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che anche per questo, oltre che per convinzione personale, non ha mai fatto mancare il suo sostegno al ministro dell’Economia. Nemmeno nelle ultime ore. Tria resta al suo posto, dunque. Ma allora cosa l’ha spinto due giorni fa verso quel frontale con il Movimento 5 Stelle, scontro che anche ieri è continuato sul decreto che nomina il nuovo commissario dell’Inps, Pasquale Tridico, con la rinuncia del vice Francesco Verbaro e il ritorno in lizza di Mauro Nori, sponsorizzato dalla Lega e osteggiato dal Movimento Cinque Stelle? La motivazione profonda dell’attacco dell’altro giorno è da ricercare in un nuovo asse che sta nascendo all’interno del governo. E cioè quello tra il ministro Tria e l’azionista di maggioranza che sta scalando il governo, la Lega. Un patto delimitato, almeno per ora, a un singolo argomento. Quasi un’alleanza a tema. Dove il tema è proprio quello delle infrastrutture e degli investimenti, degli stimoli necessari per sostenerli. Su questo punto Tria e la Lega la pensano allo stesso modo.
Lo stop alla Tav sarebbe un errore non solo per l’opera in sé ma per il messaggio che darebbe agli investitori, che ai primi segnali di incertezza salutano e se ne vanno verso Paesi meno esposti al vento dell’instabilità. Paesi dove si rispettano la parola data e gli accordi scritti. Tria ha costruito la sua carriera da professore proprio sugli investimenti, e sempre a questa sua specializzazione deve la sua seconda vita iniziata da pochi mesi, quella da ministro.