Minacce su Facebook a Mattarella, perquisito commerciante veneto

“Per cambiare le cose bisogna ammazzare Mattarella”. È di questo tenore il post su Facebook che un commerciante trevigiano ha pubblicato, poco più di un mese fa, nel suo profilo Facebook, durante una discussione di carattere politico con altri interlocutori. Ma qualche internauta ha visto il post e l’ha denunciato alla questura di Roma. Ne è partita una segnalazione che sta portando grossi guai al commerciante, perquisito ed interrogato dalla Digos su disposizione del sostituto procuratore Francesca Torri. Ora l’uomo è indagato per offesa all’onore e al decoro del presidente della Repubblica.
Il fatto, raccontato dalla “Tribuna di Treviso”, risale al gennaio scorso, quando, dalla questura di Roma, arriva a Treviso la segnalazione di un post allarmante scritto sul profilo aperto di un commerciante della provincia della Marca. Nel post incriminato c’è una scritta inquietante: “Per cambiare le cose bisognerebbe ammazzare Mattarella”. Il discorso politico in cui la minaccia s’inquadra non ha nulla a che fare con quello del maggio 2018, quando il Capo dello Stato fu bersagliato da un’ondata di insulti e minacce da hater di tutta Italia per aver inizialmente impedito, per l’opposizione sul nome di un ministro, la nascita del governo Cinquestelle-Lega.
La polizia di Roma s’è attivata per identificare il titolare del profilo Facebook ed è subito risalita ad un commerciante sessantenne della Marca, tra l’altro incensurato. Poi l’informativa è passata per competenza alla questura di Treviso che con gli agenti della Digos si è subito messa all’opera. L’uomo è stato indagato in base all’articolo 278 del codice penale, che punisce con una pena che va uno a cinque anni di reclusione chiunque offenda l’onore e il prestigio del presidente della Repubblica.
Il commerciante, riporta la “Tribuna”, s’è ritrovato nei giorni scorsi a tu per tu con gli agenti della Digos, che si sono presentati alla sua porta con un decreto di perquisizione e con l’interrogatorio già fissato per qualche giorno più tardi. Interrogatorio che, a quanto pare, si è concluso senza che l’uomo esprimesse un minimo pentimento. Anche per questo la vicenda finirà probabilmente in un’aula di tribunale.