Violenza di gruppo su 4 ragazzine: cinque arresti, i video con il cellulare

In un condominio in uno dei paesi intorno a Cantù, provincia di Como. Dentro quell’appartamento, cinque ragazzi, oggi in gran parte maggiorenni, e quattro ragazze, tutte superiori ai quattordici anni d’età ma non di molto. Il branco e le vittime. È stata una trappola preparata da giorni, velocizzata dall’abuso di alcol e droga, consumata nell’infinito spazio temporale di due ore, il pomeriggio dello scorso sabato 14 luglio, ed emersa adesso, a conclusione delle indagini dei carabinieri: i cinque, marocchini e albanesi (nati all’estero, arrivati con le migrazioni di mamme e papà, e regolarissimi in Italia), sono in carcere, con l’accusa di aver sequestrato, minacciato e violentato. Loro e le vittime si conoscono: frequentazioni a scuola, ritrovi sul lungolago di Como, chat e social. Le avevano invitate a trascorrere una giornata di «divertimento», bevute e spinelli; i genitori di uno degli aguzzini erano via per lavoro (nove genitori hanno un’occupazione, uno ha vecchi precedenti), ed era stato scelto quel bilocale. Quando il gruppo era entrato, l’ultimo aveva girato le chiavi e le aveva nascoste.
Degli aguzzini, uno ha ammesso, con vaghezza, delle responsabilità. Gli altri tacciono, e se parlano negano. Le versioni delle vittime sono concordanti, e i fatti che una di loro ha denunciato, la settimana successiva all’agguato, sono stati confermati dalle altre. Poi ci sono le immagini contenute nel cellulare di uno dei ragazzi, e veicolate sui telefonini degli altri. Il branco aveva scelto una ragazza in particolare, una sedicenne, forse per punirla di «mancate attenzioni», forse per scommessa, e aveva ordinato alle amiche di neanche pensare di urlare: sarebbero finite di sotto, lanciate dal balcone. La vittima è stata inseguita e scaraventata a terra fra il piccolo salotto, il bagno e la camera da letto; è stata circondata, bloccata, assalita, denudata, insultata («Zitta tr…»). Ha provato a reagire, nonostante fosse da sola a combattere. Ha supplicato, invano. L’hanno palpeggiata ovunque, e intanto quello continuava a girare i video, giurando che se lei non la smetteva di far resistenza, allora di lì a pochi minuti tutti quanti avrebbero ricevuto i filmati. Alcune delle ragazze non erano lucide: sembra che prima di arrivare al bilocale, abbiano fumato delle canne, s’ignora se costrette o per scelta, e abbiano bevuto, birre e forse super-alcolici.
Gli accertamenti della Compagnia di Como, guidata dal maggiore Francesco Donvito, che ha una lunga esperienza nella Locride, sono durati mesi. I profili dei ragazzi raccontano di vite ribelli, nella misura in cui dovrebbero stare a scuola e non ci vanno, di mamme e papà che rientrano a casa stanchi dopo mestieri usuranti, e di un marcato, orgoglioso «riconoscersi» fra quegli stessi ragazzi: il tema dell’emigrazione, delle discriminazioni, manifeste o sottotraccia, e quello delle giornate di provincia, che offre opportunità ma sa anche isolare. Niente cambia nella progressione del branco, cristallizzata dall’inchiesta coordinata dalla Procura di Como e dalla Procura dei minori di Milano, un branco che ricorreva alla droga, consumando e anche spacciando; un branco privo di pietà, rimorsi, pentimenti, animato da furia e forse dal bisogno di «vendicarsi». Nelle due Procure, l’ipotesi dei domiciliari anziché della galera non è mai stata presa in considerazione.