La ragazza dello stupro di Napoli«Vorranno vendetta, ho paura»

A ll’inizio la voce al telefono è incerta: è la prima volta, dopo la valanga di emozioni delle ultime settimane, che parla direttamente con un cronista, senza il filtro dell’avvocato. Marina — la chiameremo così —, la ventiquattrenne che ha denunciato lo stupro nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano, sta incominciando a ritrovare forza e gioia di vivere. Non le passa però la paura: due dei tre ragazzi che ha accusato sono stati scarcerati dal Tribunale del Riesame, presto potrebbe toccare anche al terzo. Abitano nella sua stessa zona e prima o poi le capiterà di incrociarli.
«Se succederà — riflette — penso che chiamerò la polizia. Adesso ho paura che vogliano vendicarsi. Non si aspettavano che li avrei denunciati, anzi, era l’ultima cosa che pensavano. Per loro quello che è successo è stato soltanto uno scherzo, una cosa senza importanza. Credevano che fosse lo stesso per me».L’episodio che Marina ha denunciato come violenza è avvenuto il pomeriggio di Carnevale nella stazione della Circumvesuviana. Soccorsa da un passante mentre era in lacrime su una panchina, ha chiesto di essere accompagnata in commissariato e ha riconosciuto su Facebook i tre dell’ascensore. La polizia li ha sottoposti a fermo per stupro di gruppo, il giudice per le indagini preliminari ha convalidato, parlando di «violenza bestiale», ma poi il Riesame ha annullato l’ordinanza.
Le motivazioni non sono ancora note, ma se i giudici hanno ritenuto che non sussistessero i gravi indizi di colpevolezza si presume che abbiano considerato Marina consenziente. Di certo gli avvocati della difesa, i cui ricorsi sono stati accolti, hanno insistito su questo punto. Le polemiche non accennano a placarsi, ma per fortuna lei sta recuperando serenità e salute: sta vincendo anche la sua battaglia, non facile, contro l’anoressia.
«Stasera — racconta — andrò con la mia famiglia a Napoli per mangiare una pizza. La mia preferita è quella con le melanzane sott’olio, il salame piccante e la provola di Agerola. Mi sto lasciando alle spalle un brutto periodo. Ho sofferto di disturbi dell’alimentazione e sono arrivata a pesare 28 chili. Adesso però le cose sono cambiate, ne peso 42. Da qualche giorno va meglio. Ho capito che quando si tocca il fondo bisogna fare uno sforzo per risalire ed è quello che sto cercando di fare. Mi stanno aiutando i miei avvocati innanzitutto, Maurizio Capozzo e Francesca Di Dio: sono stati loro a convincermi a uscire di nuovo. Ma anche i medici e gli psicologi che mi seguono: sono affettuosi, mi telefonano più volte al giorno».
Nelle ultime settimane i media hanno dato molto spazio al caso di Marina e tantissime persone le hanno manifestato solidarietà e vicinanza. Non sono mancate critiche, anche sgradevoli, nei confronti dei giudici e minacce rivolte agli avvocati che assistono i tre giovani indagati: per censurare questi comportamenti sono dovuti intervenire l’Associazione magistrati e la Camera penale di Napoli.
Dell’argomento lei non vuole parlare, ma tiene a ringraziare quanti le hanno fatto pervenire messaggi di incoraggiamento: «È una cosa che mi fa molto piacere — dice —. Mi sto accorgendo finalmente che qualcuno pensa a me e mi vuole bene a prescindere dal mio corpo. Che nella vita non conta soltanto il corpo, insomma. Riflettendo su quello che mi è successo, ho capito che anche dalle esperienze più drammatiche può derivare qualcosa di buono, così come anche nella melma può nascere un fiore colorato». E adesso non si vuole fermare: «Sto pensando di fondare un’associazione che si batta per le donne maltrattate — conclude Marina —, è un progetto in cui credo molto. L’idea di rendermi utile mi piace».