L’Italia esporta 197 mila tonnellate di plastica (che non sa come smaltire)

I Paesi industrializzati producono e consumano molta più plastica di quanta ne riescano a riciclare e a smaltire. E non sapendo come gestirla, hanno pensato di esportarla altrove. Fino alla fine del 2017 era stata la Cina, la destinazione principale degli scarti plastici di tutto il mondo. Una «discarica» ideale, lontana dagli occhi e quindi anche dal cuore. Poi dal 2018 il governo di Pechino ha chiuso le proprie frontiere a 24 diversi tipi di rifiuti, tra cui appunto la plastica, con il risultato che le nazioni con un surplus di scarto hanno dovuto trovare nuovi canali e nuove destinazioni. Le hanno trovate, in effetti, ma a che prezzo? E perché la raccolta differenziata non riesce a dare risultati? L’export dei rifiuti non è di quelli che fanno bene alla bilancia commerciale. Anzi. E’ un costo piuttosto pesante che tante nazioni, a partire dagli Stati Uniti e dal Giappone che sono i principali esportatori di materie plastiche di scarto (i primi sono responsabili del 16,5% del totale, i secondi del 15,3%) accettano di pagare pur di risolvere un problema che sta via via assumendo proporzioni ingovernabili. Nel 2016 a livello globale erano state delocalizzate 12 milioni e mezzo di tonnellate di rifiuti in plastica; circa 10 milioni nel 2017 e quasi 6 milioni tra il gennaio e il novembre del 2018. Anche l’Italia, come molti altri Paesi Ue, ricorre a questa pratica: in un anno manda a smaltire oltre confine circa 197 mila tonnellate di plastica (questo il dato del 2018, nei due precedenti era anche di più), che corrispondono al 2,25% della quantità esportata globalente. Una quota che la posiziona all’11esimo posto della classifica mondiale. Sono numeri che emergono dal report sulle nuove rotte dei rifiuti plastici che l’associazione ambientalista Greenpeace diffonde oggi. Uno studio, basato su dati Eurostat, che analizza le dinamiche della circolazione infinita della plastica a a livello globale, prendendo in considerazione i 21 principali Paesi esportatori ed importatori. Collegati tra loro da un numero esagerato di mercantili carichi di container che solcano gli oceani trasportando non beni e prodotti, bensì immondizia. Movimenti formalmente in regola, esportazioni riconducibili al cdice doganale 3915. Ma i numeri sono da brivido e sono ovviamente al netto del sommerso e delle attività delle organizzazioni criminali, sempre più inserite nelle redditizie filiere dello smaltimento. Prima dello stop di Pechino, negli anni 2016 e 2017, al mercato cinese è stato destinato il 42% degli scarti plastici spediti fuori dall’Europa. Lo stop dello scorso hanno ha dunque creato un’emergenza mondiale e messo gli Stati di fronte alla necessità di trovare alternative. Ma, come spesso accade, anziché affrontare il problema alla radice è stata scelta la scorciatoia, ovvero indidivuare chi potesse fare il «lavoro sporco» al posto della Cina. La soluzione, per Greenpeace, è invece una riduzione alla fonte della richiesta e produzione di plastica, combattendo per esempio l’usa-e-getta (che oggi rappresenta il 40% dei manufatti in plastica prodotti) e favorendo il riuso. «Con una produzione di plastica in vertiginosa crescita su scala globale, che raddoppierà le quantità del 2015 emtro il 2025 e per poi quadruplicarle entro il 2050, il nostro pianeta rischia di essere sommerso da rifiuti in plastica – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia -. Si stima che ogni anno tra i 4,8 e i 12,7 ilioni di tonnellate di plastica finiscano nei mari al ritmo di un camion al minuto per ogni giorno dell’anno. Numeri che, complice l’inefficacia del riciclo, sono destinati a peggiorare».