Avvocatessa napoletana apre pasticceria in Norvegia: “Ho realizzato un sogno, ma con la mia città sempre nel cuore”

“Non è difficile conquistare il palato norvegese. Li sto svezzando. Attualmente i dolci che preparo più frequentemente sono pastiere, delizie a limone e cannoli alla siciliana”. L’intervista di NapoliToday ad Anita Taglialatela che racconta anche il rapporto difficile con il padre che non voleva farla studiare, fino alla scelta di abbandonare la toga per ritornare alle tradizioni di famiglia

Nella vita bisogna avere coraggio e per cercare di realizzare i propri sogni a volte c’è bisogno anche di una lucida “follia”. E’ quella che ha avuto Anita Taglialatela, avvocatessa e titolare di uno studio ben avviato, quando ha deciso di lasciare la sua Napoli per aprire un laboratorio di pasticceria in Norvegia ad Oslo. 

-Anita, ci racconti la tua storia, da avvocato a pasticciera in Norvegia…

“A dirla tutta il mio percorso è stato fuori dagli schemi sin dalle origini, vi racconto il perché. Mio padre, napoletano nato nel 1925, era un’ottima persona ma molto all’antica, tant’è che aveva vietato alle mie sorelle più grandi di studiare oltre la scuola dell’obbligo ritenendo, che il ruolo delle donne fosse tutt’altro e mia madre ha sempre accondisceso a questa severa potestà, non pensando di potersi opporre. Le mie sorelle, quindi, sono diventate pasticciere perché questa era l’attività di famiglia sin dal 1917 (il Barriciello) e non hanno avuto altre possibilità. Tuttavia quando io, ottava figlia, ho concluso le scuole medie, mia madre ha avuto un moto di ribellione e ha inesorabilmente imposto a mio padre che io studiassi secondo le mie inclinazioni, come i miei fratelli. È stato così che ho iniziato il lungo percorso di formazione che mi ha portato a essere avvocato: liceo classico, laurea in giurisprudenza, due master e molti corsi di formazione continua. Da una parte nutrivo passione per ciò che studiavo, che poi con entusiasmo ho messo in pratica nell’esercizio della professione legale; dall’altra parte lo dovevo a mia madre che, dopo circa quarant’anni di matrimonio, aveva avuto l’ardire di gridare la sua potestà genitoriale, e lo dovevo alle mie sorelle che avevano chiesto questa opportunità che purtroppo gli era stata negata. Mio padre è morto quando ero al liceo, ma mi piace pensare che sappia comunque del mio cursus honorum e che abbia cambiato idea sul ruolo delle donne nella società”.

-Eri titolare di uno studio legale ben avviato. E’ stato difficile lasciarlo?

“Da avvocatessa mi sono tolta belle soddisfazioni,  nonostante la mia giovane età e nonostante io non fossi “figlia di papà”. Ma poi nella mia carriera forense ho avuto modo di notare un calo vertiginoso della giustizia italiana: in circa 15 anni di professione sono stata testimone del declino delle più essenziali garanzie di tutela del cittadino e delle più amare beffe che un avente diritto possa subire. Nei miei primi anni di professione tutto aveva un iter quasi matematico: se avevi un diritto avevi giustizia. Successivamente e alquanto repentinamente la giustizia è stata minata in tutti i modi possibili e ciò ha inciso considerevolmente sulle mie scelte. In cuor mio avevo deciso di studiare legge quando c’è stata la strage di Capaci, ossia quando la profonda ammirazione per Uomini che hanno dato la vita per la Giustizia mi aveva completamente pervaso. Ma, dopo i primi anni di carriera forense in cui tutto mi sembrava fluire “giustamente”, sono rimasta profondamente delusa dalle disfunzioni della macchina giudiziaria, al punto da avere la sensazione che fosse sabotata con dolo, non diversamente da istruzione e sanità. E quando non credi più in qualcosa non ha senso continuare, perché diventa una prigionia”.

-Come è tornata in te la passione per la pasticceria?

“Sin da bambina e fino a che ho indossato la toga ho sempre partecipato all’attività di famiglia, ossia la pasticceria. Ciò per scelta, per istinto naturale, per attrazione genetica e mai per imposizione. Così l’amarezza di questa delusione è stata curata tramite la dolcezza della pasticceria napoletana della mia famiglia, che è stata il mio biglietto di andata verso nuove avventure. Presa la decisione di cambiare lavoro per dedicarmi completamente all’attività di famiglia, con intenzione di portarla “oltre”, ho impiegato circa due anni per gradualmente lasciare la professione di avvocato e perfezionare la professione di pasticciera. Nel corso di questi due anni tante volte nella stessa giornata prima ero in tailleur in tribunale e subito dopo ero in tuta in pasticceria. Così quando mi sono sentita pronta ho altresì concretizzato un mio vecchio sogno lasciato nel cassetto per troppo tempo: trasferirmi in Nord Europa. Quindi sono partita con la mia gattina che allora aveva diciassette anni, cucchiarelle, sciarpa e cappello ed eccomi qui adesso con un laboratorio di pasticceria e anche di cucina napoletana molto apprezzato nonché un libro in doppia lingua (italiano e norvegese) che sta avendo un felice successo”.

-Come è tornata in te la passione per la pasticceria?

“Sin da bambina e fino a che ho indossato la toga ho sempre partecipato all’attività di famiglia, ossia la pasticceria. Ciò per scelta, per istinto naturale, per attrazione genetica e mai per imposizione. Così l’amarezza di questa delusione è stata curata tramite la dolcezza della pasticceria napoletana della mia famiglia, che è stata il mio biglietto di andata verso nuove avventure. Presa la decisione di cambiare lavoro per dedicarmi completamente all’attività di famiglia, con intenzione di portarla “oltre”, ho impiegato circa due anni per gradualmente lasciare la professione di avvocato e perfezionare la professione di pasticciera. Nel corso di questi due anni tante volte nella stessa giornata prima ero in tailleur in tribunale e subito dopo ero in tuta in pasticceria. Così quando mi sono sentita pronta ho altresì concretizzato un mio vecchio sogno lasciato nel cassetto per troppo tempo: trasferirmi in Nord Europa. Quindi sono partita con la mia gattina che allora aveva diciassette anni, cucchiarelle, sciarpa e cappello ed eccomi qui adesso con un laboratorio di pasticceria e anche di cucina napoletana molto apprezzato nonché un libro in doppia lingua (italiano e norvegese) che sta avendo un felice successo”.

-Cosa racconti nel libro?

Partenope incanta la Norvegia, dedicato a Melina, mia mamma, racconto del viaggio a Napoli del mio amico norvegese Harald, che arriva per un corso di cucina ma la sua vacanza partenopea gli insegnerà molto più di semplici ricette. Passeggiando con me per Napoli (la “mia” Napoli e non quella già conosciuta ai più) Harald ed io ci confrontiamo e ci scontriamo continuamente perché la cultura norvegese è molto lontana dalla cultura napoletana esattamente quanto lo sono i nostri rispettivi territori, ed è divertente scoprire come noi napoletani siamo visti da occhi nordeuropei. È un racconto e anche un libro di ricette napoletane, che non sono semplici ricette perché anch’esse sono romanzate. Narro anche delle mie scelte personali e professionali ma protagonista indiscussa è Napoli il cui nome impera in copertina, e non solo intesa come arte, paesaggi, gastronomia bensì Napoli intesa come filosofia di vita e come modo di essere che rende il popolo napoletano così bizzarro agli occhi degli altri! Eppure nonostante questa grande diversità il rapporto con i norvegesi è splendido, sia perché il napoletano si fa benvolere in tutto il mondo (diciamoci la verità!) sia perché i norvegesi sono semplici, genuini, sono curiosi, aperti a nuove scoperte e attratti dalla cultura italiana specialmente da quella gastronomica. Ciò ha contribuito anche alla buona riuscita della mia attività, poiché la pasticceria (e la cucina) napoletana era sconosciuta ed è molto diversa dalla loro idea di dessert, più legata a prodotti da forno come la torta di carote (gulrotkake) o di marzapane (marsipankake) e non a pasticceria fine come la intendiamo noi”.

-Quali sono i dolci maggiormente apprezzati dai tuoi clienti norvegesi?

“Non è difficile conquistare il palato norvegese. Eppure è opportuno adottare una strategia, ossia non entrare a gamba tesa ma farlo gradualmente proponendo inizialmente pietanze più vicine al loro gusto, non nel senso di corrompere la ricetta originaria (giammai!) ma nel senso di fare assaggiare inizialmente dolci preparati con materie che loro conoscono già, come per esempio i dolci a base di mandorle. Torta caprese e pasticcini alle mandorle sono per me un ottimo modo per cominciare delicatamente a dimostrare la nostra idea di dessert. Pian piano poi propongo sapori e consistenze più complessi e più strong. Io dico che “li sto svezzando”. Peraltro quello che cerco di fare è regalare suggestioni insieme al dolce che consegno. Racconto la storia del dolce, ne descrivo quasi poeticamente le caratteristiche, mostro delle foto dei luoghi di Napoli legati a quella pietanza, racconto episodi della mia vita o della mia famiglia connessi a quella portata. Insomma cerco di raccontare il mondo che c’è dietro a una pietanza ed è ciò che faccio anche nel mio libro. Attualmente i dolci che preparo più frequentemente sono pastiere, delizie a limone e cannoli alla siciliana (che in origine alcuni norvegesi, vedendo le foto sui miei social, pensavano fossero crostate, meringhe e baguette con la panna… che tenerezza)”.

-Cosa consigli a coloro che lavorano già nella ristorazione riguardo una possibile esperienza imprenditoriale all’estero?

“Non dobbiamo avere la presunzione di pensare che la nostra cucina sia la migliore al mondo e imporla come se non ci potessero essere obiezioni. Piuttosto accompagnamo per mano pian piano chi non è abituato ai nostri sapori e doniamo anche qualcosa che vada al di là del solo mangiare: portiamoli col palato, col cuore e con la mente nella nostra terra d’origine”.

-Come vedi il tuo futuro? Ti manca Napoli o ormai la tua vita proseguirà in Norvegia?

“Napoli mi manca, ci torno ogni volta che posso e per tutto il tempo che voglio, ma scelgo ogni giorno di vivere in Norvegia. In ogni caso Napoli è sempre con me nel mio cuore, tant’è che tutto ciò che faccio in Norvegia ruota sempre intorno a Napoli, che non è semplicemente una città, ma una presenza di spirito che non si può spiegare. La sirena Partenope esiste davvero, scommetto tutte le mie caccavelle. Non so cosa c’è nel mio futuro, non me lo chiedo perché non mi interessa saperlo adesso. So solo che tutto ma proprio tutto è possibile, perché hvis jeg vil kan jeg: se io voglio io posso”.