“Giusto tutelare i prestanome. Anche loro hanno dei diritti”

Anche i prestanome tengono famiglia e devono campare. L’ultimo esempio di giurisprudenza creativa scaturita da una recente sentenza della Corte di Appello di Milano conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, la peculiarità del rito ambrosiano. In un Paese come l’Italia, in cui corruzione e riciclaggio vanno a braccetto, in cui alcuni politici si svendono a Paesi stranieri mentre professionisti e banche perdono tonnellate di ore a risalire ai «titolari effettivi» di conti correnti e aziende, perché così vuole la severissima normativa antiriciclaggio che tutto il mondo ci invidia (sic!), una sentenza certifica che chi fa da prestanome ha dei diritti che superano il reato stesso perché considerato come «terzo qualificato», soggetto cui viene solitamente (e giustamente) riconosciuto dalla giurisprudenza il diritto di esperire istanze restitutorie o risarcitorie. Secondo un Procuratore generale presso la Corte suprema di Cassazione «la società prestanome che viene sottratta delle quote societarie che detiene» (senza possederle) ha diritto a tutelare la propria posizione di «soggetto che stava fornendo un servizio da cinquemila sterline l’anno (anche se di mero prestanome, dice espressamente il Pg) perché ne ha avuto un danno economico».

Possibile? «Molte contraddizioni del nostro ordinamento originano dal tradizionale rifiuto del principio, viceversa fondamentale nei sistemi anglosassoni, stare decisis et non quieta movere», dice al Giornale l’avvocato Ivano Iai. «Ma a giurisprudenza costante prestanomi o amministratori di fatto sono eventualmente attratti nelle maglie della responsabilità penale, non nell’alveo dei soggetti meritevoli di tutela giurisdizionale».

Il processo riguarda uno storico casato della «Milano da bere» e una società immobiliare che bisogna far risultare divisa al 50% tra l’azionista e il precedente amministratore attraverso la solita alchimia documentale: una Fondazione, commercialisti e avvocati di fama che si muovono tra Milano e il Liechtenstein in modo un po’ spericolato (a volte anche senza deleghe e all’insaputa degli stessi presunti assistiti…), una fiduciaria di diritto britannico che compra dopo ciò che doveva possedere prima con contratti che anziché essere «omologati» sono semplicemente «custoditi» da uno studio notarile in conflitto d’interessi grande come una casa. Alla fine «in nome del popolo italiano» la società cambierà di proprietario senza che il legittimo titolare ne abbia mai dato istruzioni.

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