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Intervento effettuato d medici del Cardarelli e del Santobono. Il piccolo soffriva di una malformazione congenita: una cisti rendeva il polmone così grande da metterlo in pericolo di vita

Imedici di Cardarelli e Santobono hanno salvato la vita a un neonato di 28 giorni. Il bimbo soffriva di una grave malformazione: una cisti che rendeva il polmone molto più grande del normale, tanto da causare lo spostamento del cuore a destra.

La chirurgia toracica del Cardarelli diretta da Gianluca Guggino, in collaborazione con l’equipe di chirurgia del Santobono guidata da Giovanni Gaglione, ha portato a termine un intervento chirurgico sul piccolo presso il blocco operatorio dell’ospedale pediatrico. Come sempre in questi casi, la valutazione dei medici è stata quella di portare quanto più avanti la crescita del bambino prima di intervenire chirurgicamente.

Attraverso microincisioni, è stato effettuato l’intervento di asportazione del lobo polmonare malato che non consentiva ai polmoni e al piccolo cuore di funzionare correttamente. Grazie ad un accesso di 3-5 mm nell’emitorace su cui intervenire, è stata introdotta una micro-telecamera e, con altre due micro incisioni, sono stati inseriti gli strumenti operatori. Il delicato intervento ha permesso al cuore di riposizionarsi ed ora il bimbo ha totalmente superato il problema che presentava alla nascita. La notizia è stata diffusa dai canali social dell’Ospedale Cardarelli.

E sin dal 2019 che le due equipe collaborano sugli interventi di chirurgia toracica. Il caso che diede avvio a questa sinergia fu quello di Noemi, la bambina di 4 anni che venne coinvolta in una sparatoria a Piazza Nazionale mentre mangiava un gelato con la nonna. In quell’occasione si ritrovarono intorno al tavolo operatorio i chirurghi del Santobono e del Cardarelli.

A seguito di quell’esperienza Cardarelli e Santobono stipularono una convenzione che permette all’ospedale pediatrico di avvalersi delle competenze e dell’esperienza della Chirurgia Toracica del Cardarelli. Nell’arco di tre anni il lavoro comune dei chirurghi ha azzerato il trasferimento dei piccoli pazienti presso altri ospedali extraregionali per gli interventi di chirurgia toracica.

“Il malato terminale è purtroppo considerato di serie B, non più produttivo per la Società e quindi tale da essere trascurato”. La denuncia dell’ex primario

I parenti di un paziente terminale che necessita di cure palliative a chi devono rivolgersi? E di quali servizi erogati dal SSN possono usufruire?
La legge 38/2010 prevede che il familiare possa richiedere al medico di base l’attivazione della procedura per il ricovero del paziente in uno degli hospice dedicati del distretto sanitario di appartenenza (in Campania non tutti i distretti hanno attivato questo tipo di assistenza), oppure l’attivazione delle Unità di cure palliative domiciliari. Ma la burocrazia rende l’iter lungo e macchinoso. Dopo la richiesta, spesso viene attivato un servizio ADI (Assistenza domiciliare integrata) che non è quello di Cure palliative, perché non tutti i distretti hanno attivato tale servizio, e, dopo qualche giorno, un geriatra farà visita al paziente per valutarne le condizioni di salute. Ovviamente è un percorso terapeutico molto lontano dai bisogni del malato terminale, ma anche quando si riesce ad attivare il servizio di Cure palliative domiciliari, spesso nascono criticità organizzative ed il processo si blocca per le numerose falle del sistema legate soprattutto alla carenza di personale. Solitamente l’infermiere fa visita al paziente una volta ogni due giorni, mentre il medico una volta a settimana, ma questo tipo di assistenza è inefficiente. Un paziente terminale deve essere assistito h24″.
E se un’abitazione non è idonea all’assistenza domiciliare?
“Questa è un’altra criticità dell’assistenza domiciliare. Oggi moltissime famiglie non hanno un’abitazione idonea all’assistenza domiciliare: alcune associazioni di volontariato attive nelle regioni del Nord hanno riportato che il 25-26% delle famiglie non posso ricevere l’assistenza domiciliare perché non hanno abitazioni idonee. Ora pensiamo a Napoli, ai bassi napoletani dove le abitazioni sono quasi inagibili: qui è impensabile l’assistenza domiciliare. Ma poi con l’assistenza domiciliare non si fa altro che caricare le famiglie di ulteriori oneri. Perché sia efficiente l’assistenza domiciliare occorre innanzitutto che ci sia un caregiver, ovvero una persona che assista quotidianamente il paziente, e che diventi l’interlocutore dell’equipe di operatori sanitari che si ricano al domicilio. Di solito il caregiver è un familiare che il più delle volte si mette in aspettativa dal lavoro, con un conseguente danno economico che non viene calcolato dalla Società”.
Qual è la situazione attuale sul fronte delle cure palliative domiciliari?
“Assolutamente inefficiente. Ma mi preme ricordare un dato importante che è quello della composizione del nucleo familiare che mostra come il 14,2% sia composto da una persona sola di oltre 60 anni che non può beneficiare dell’assistenza di cure palliative domiciliari, ed a questi si devono aggiungere quelli che non hanno condizioni abitative idonee. Ricordiamo che nel 2018 venivano censiti quasi il 30% di individui in condizioni di povertà relativa (contro il 12% nazionale), un importante indicatore che fa emergere la impossibilità di una assistenza domiciliare che come sappiamo carica i costi in gran parte sulle famiglie”.
Cosa pensa degli ultimi decreti e delle Case di comunità per una migliore assistenza territoriale?
“Mi sembra di capire che i fondi europei del PNRR verranno utilizzati per le strutture. Ma, se non si investirà sulla forza lavoro, intendo su medici, infermieri assistenti sociali, psicologi, OSS, sarà un ulteriore fallimento. Se pensiamo che nell’anno 2016 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi in Campania erano 464 (0,8 x 10.000 abitanti) a fronte di un numero molto superiore in Italia pari a 2,1 x 10.000 abitanti, e che la situazione attuale sia peggiorata, queste “belle” iniziative serviranno a pco”.
Ma se c’è questa enorme carenza di strutture, come mai sta per chiudere la U.O.C. di Terapia del dolore e Cure Palliative del Cardarelli?

“Lei sta mettendo il dito nella piaga. Insipienza, presunzione, disinteresse verso un malato (quello terminale) che è considerato di serie B, non più produttivo per la Società, e quindi tale da essere trascurato. Da una Sanità ospedalocentrica si è tentato di creare integrazione ospedale-territorio (sulla carta), ed oggi c’è la moda del “tutto sul territorio” (tutto sulla carta e senza risorse umane). Vuole una prova del disinteresse della nostra classe dirigente? La AGENAS, al fine di stilare una rilevazione sulla attuazione e sui programmi futuri in materia di rete di cure palliative, ha inviato dei questionari alle Regioni e contestualmente ha provveduto a chiedere alla Regione la conferma o la modifica dei nominativi dei referenti per le Reti di cure palliative. Ha poi fatto un incontro in modalità videoconferenza il 29 ottobre 2021 con la partecipazione di tutte le Regioni tranne una, la Campania, che non ha ancora attivato, ad oggi, la rete di Cure palliative”.

Dopo la denuncia del sindacato Nursing Up che ha definito il nosocomio partenopeo “l’inferno degli infermieri”, dai vertici dell’ospedale arriva la solidarietà agli aggrediti e la denuncia di un’ulteriore drammatica conseguenza: la fuga dai Pronto Soccorso e dal 118.

Gli infermieri del Cardarelli denunciano una situazione sempre più difficile a fronte delle continue aggressioni che subiscono nel corso del loro lavoro da pazienti e loro parenti, e i vertici del nosocomio partenopeo si schierano al loro fianco e sottolineano l’ulteriore drammatica conseguenza della mancanza di personale nei Pronto Soccorso e per il 118.

È di stamane la denuncia del sindacato Nursing Up a proposito delle violenze in corsia nell’ospedale napoletano, all’interno del quale soltanto nell’ultimo anni si sono registrate almeno 30 aggressioni ai danni del personale. “È l’inferno degli infermieri”, sono state le parole del presidente Antonio De Palma.

D’Amore: “Violenze che allontanano i giovani medici dal servizio in emergenza”

“Al Cardarelli di Napoli, come in tutte le grandi strutture sanitarie italiane, il livello delle aggressioni agli operatori è estremamente elevato”, fanno sapere dal nosocomio. “Nel corso di quest’anno, a causa delle aggressioni subite sui luoghi di lavoro, sono state circa 40 le giornate di malattia che hanno dovuto richiedere gli operatori sanitari oggetto di violenza in servizio presso il Cardarelli”.

Così a NapoliToday Antonio d’Amore, Direttore Generale del Cardarelli: “Dobbiamo tutti farci carico del drammatico fenomeno della violenza sugli operatori sanitari. Non è immaginabile che un professionista debba essere oggetto di aggressioni verbali o fisiche da parte delle persone di cui si sta prendendo cura”. “Questo fenomeno – prosegue d’Amore – contribuisce in modo forte ad acuire la carenza di personale nei Pronto Soccorso e nei servizi 118. Oggi, un giovane medico o un giovane infermiere quando scelgono se prestare o meno servizio in emergenza, valutano anche il rischio di aggressioni verbali o fisiche che potranno subire nel proprio lavoro”.

La “drammatica consuetudine” della furia dei familiari

Particolarmente significativa la denuncia da parte di Nursing Up sull’inquietante consuetudine per cui, quando muore un paziente con i parenti in attesa nel pronto soccorso – con l’uomo o la donna di turno arrivato già in condizioni critiche – accade l’incredibile: “interi componenti familiari si scatenano in raid punitivi, prendendo di mira gli infermieri di turno, considerati come i massimi responsabili del decesso del loro congiunto”, spiegano dal sindacato. “Un clima da film western o da poliziesco anni 70, dove il cittadino si faceva giustizia da solo. L’unica differenza è che questa è la triste realtà, e che gli infermieri non sono certo i criminali di turno da punire, ma sono professionisti valenti che fanno di tutto per salvare vite umane, troppo spesso vittime di una carenza di personale, da noi più volte denunciata, che tocca l’acme nei “malandati” pronto soccorsi di casa nostra, laddove un solo operatore sanitario si ritrova spesso, nel triage di un pronto intervento, a doversi occupare, da solo, anche di 10 pazienti”.